Le Verginelle

 
Il Conservatorio di S. Agata, detto 'Le Verginelle' - che attualmente ospita la sede principale del Dipartimento di Scienze della formazione - si inserisce storicamente in un progetto sociale e politico che nella Catania della ricostruzione, dopo il terribile tremuoto del 1693, individuava nelle zone socialmente più deboli ampi spazi per alcuni stabilimenti assistenziali fortemente voluti da benefattori - aristocratici e notabili - che destinavano alla carità, ma anche al controllo, fette marginali del loro patrimonio fondiario. Il fine ‘ufficiale’ era la salvezza dell’ anima, ma non mancava il desiderio di dare lustro alle loro famiglie, di autorappresentarsi nel tessuto urbano attraverso queste manifestazioni esterne di lignaggio e di patronage. Il fatto che una quota considerevole di tali istituti fosse destinato alle giovinette ci dà la dimensione di un contesto in cui la donna, priva di personalità giuridica senza la malleveria di un uomo, in assenza di una famiglia o con alle spalle un nucleo spezzato dalla morte, era destinata ad uno scivolamento verso il basso, era passibile di stigma sociale. In tale contesto la ‘conservazione della virtù’ veniva affidata alle istituzioni. Per questo nella città ‘nuova’ – negli antichi quartieri Idria e Benedettini, ma con presenze a S. Berillo e al Borgo - si aprivano conservatori destinati alle pericolate (traviate, prostitute pentite o donne che in ogni caso hanno avuto rapporti illeciti con l’altro sesso) e alle pericolanti, quelle ragazze cioè che affacciandosi all’adolescenza potevano, appunto, correre pericoli, sempre sul piano sessuale.
 
A quest'ultima categoria appartiene il nostro Conservatorio delle Verginelle di S. Agata, destinato a recluse di ogni ceto fondato tra Cinque e Seicento dagli Asmundo di Gisira che si riservarono il rettorato perpetuo: i parenti pagavano una retta, ma erano previste anche piazze franche; le finanze venivano comunque incrementate dal ricavato del lavoro - filatura, tessitura e cucito - delle recluse. Una piccola parte del lucro, veniva poi messa da parte per la costituzione della dote matrimoniale o monastica delle stesse internate. Il reinserimento nella società prevedeva infatti come unico sbocco per queste fanciulle, ma in genere per la donna, il matrimonio o la monacazione: aut virum...aut murum. A sette anni iniziava così per le donzelle una dura vita scandita da rigidi orari: lavoro, apprendimento delle prime nozioni del leggere, dello scrivere e del far di conto, preghiera, silenzio interrotto solo da brevi pause per sollazzarsi moderatamente e da colloqui in parlatorio controllati da una ascoltatrice.
 
Dopo l’Unità, le produttive arti donnesche connesse al tessuto artigianale della città, insegnate alle internate, saranno sostituite da occupazioni più legate alle coeve trasformazioni sociali: all’artigiana si sostituisce l’ angelo del focolare che si prende cura della casa e provvede agli stadi iniziali dell’educazione dei figli, o la buona serva adatta alle esigenze di una fascia borghese che va allargandosi sempre più. Il rigido inquadramento della donna in questa ‘nuova’ società coincide con un cambiamento strutturale del nostro Conservatorio, ma anche con il punto d’arrivo del travagliato passaggio ‘epocale’ dalla beneficenza all’assistenza. Nel 1862 si giungerà infatti alla centralizzazione delle opere di carità su base municipale. Con la legge Crispi del 1890 i Conservatori della virtù passeranno al Consiglio Provinciale degli Ospizi e, a fine Ottocento, al Consiglio di amministrazione dei luoghi pii, gestito dalle Prefetture. Negli anni Venti del Novecento la sede delle Verginelle passerà all’Ordine delle ‘Suore Bocconiste’ - fondato negli anni Sessanta dell’Ottocento dal medico palermitano Giacomo Cusmano - divenendo, tra l’altro, sede di scuola primaria. Infine, negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, l’istituto verrà occupato dalle ‘Missionarie del Vangelo’, laiche, che lo lasceranno dopo il 2000 per fare posto alla Facoltà (ora Dipartimento) di Scienze della Formazione, sua sede centrale.
(a cura di Silvana Raffaele,  professore ordinario di Storia moderna del Dipartimento)